Eterosessuali vittime di omofobia

“Sebbene io sia etero, a sedici anni avevo delle colpe: ero timido e impacciato col gentil sesso, preferivo la musica al calcio e provavo orrore ad andare in giro a schernire le prostitute. Inappellabile il verdetto: “frocio”, “finocchio”, “culattone”. Mi sono incattivito, “gli anni più belli” sono stati amari come il fiele e quella gogna ancora mi dà gli incubi. Ma nessuno ci ha fatto caso”.

Remo Blaumann con una lettera pubblicata dal Corriere nel 2008 ha fatto il più classico dei coming out da eterosessuale vittima di omofobia. Al fenomeno nessuno ha dedicato, fino ad ora, lo straccio di una analisi, eppure gli oppressi sono decine, persino illustri.

Si va, percorrendo proprio tutte le sfumature dell’avversione all’omosessualità, dall’insulto (come nel caso del deputato eterosessuale Mauro Paissan che nel 2009 si era sentito apostrofare da Francesco Storace alla Camera dei Deputati come “checca con le unghie laccate di rosso”) fino alla discriminazione e alle aggressioni.

Tra i discriminati, nel 2008, ad esempio Francesco Martini Coveri, un giovane stilista nipote dell’illustre Enrico, che si è visto rifiutare, nel 2008, l’affitto di un appartamento a Milano da un agente immobiliare implacabilmente anti-gay: “Se lei è stilista allora è gay, ci dispiace, la casa non gliela possiamo affittare”. Peccato che nella visita dell’abitazione Coveri fosse accompagnato dalla fidanzata.

Ancora, gli Emo, una subcultura adolescenziale con molti adepti che fanno dell’effeminatezza e della delicatezza (maschile) una ragione di orgoglio, subiscono pestaggi e orribili vessazioni al ritornello di “siete tutti froci”.

La più classica vittima dell’omofobia anti-etero è, come prevedibile, chi è percepito come gay come l’eterosessuale effeminato, lo stravagante, l’eccentrico, il modaiolo, e chi più ne ha più ne metta. La loro non è mai una vita facile.

“Ho caratteri fisici e psichici marcatamente femminili”, racconta un anonimo sul web, “accanto naturalmente a tratti tipici maschili, e nel complesso potrei essere definito “effeminato”, ma mi sento pienamente etero, ho una vita sessuale soddisfacente e una compagna che mi ama e che amo. Il mio problema è unicamente sociale: spesso vengo scambiato per omosessuale, con tutte le conseguenze del caso”, che possiamo serenamente immaginare.

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L’omofobia anti-etero trova poi un terreno molto fertile nel nebuloso universo del bullismo giovanile.
“I ragazzi usano indiscriminatamente termini offensivi “frocio”, “culattone” o “finocchio””, spiega Marco Coppola, responsabile nazionale scuola di Arcigay. “Lo fanno”, continua, “per far arrabbiare il vicino di banco o l’amico o con chi non aderisce allo stereotipo di calciatore-macho-privo-di-emozioni senza rendersi conto di quanto l’offesa possa generare sofferenza. Quando andiamo a parlare agli studenti, soprattutto ai maschi, cerchiamo di farli entrare nei panni di chi è insultato, che spesso è eterosessuale. Sono molto sorpresi…”.

Anche l’amicizia tra un eterosessuale e un omosessuale, soprattutto tra i giovanissimi, genera sbocchi di omofobia.
Un diciassettenne milanese confessa ad un blog: “ho un amico gay: mi prendono continuamente in giro con frasi del tipo: “we allora? Vi siete inc…ati ?”, “E’ arrivata la coppia di froci”.
Io non sono gay. Sono stufo di questa situazione, ho perso tutti gli amici che avevo e non so più che fare. A scuola è diventato un dramma e mi hanno consigliato di lasciar perdere questo amico se non voglio finire male. Sono stufo di sentirmi dire continuamente proteggiti il c… o e robe simili”.
Un sedicenne replica: “ho ben due amici gay. Nella mia scuola è girato per due anni che lo fossi anche io. So cosa provi, è una situazione bruttissima. Io avevo perso proprio tutti gli amici e non sapevo il motivo”.

E’ però tra i parenti (etero) degli omosessuali visibili che emergono le testimonianze più angoscianti.
Rita De Santis, madre di un omosessuale e presidentessa Agedo, l’associazione di genitori e amici di omosessuali, nel romanzo autobiografico Il Nuoro (edizioni Cooper), racconta una cena decisamente indigesta con gli ex compagni di classe.
L’omofobia si insinua rapidamente quando la discussione precipita su di un orribile caso di cronaca pescarese: un padre albanese ha evirato il figlio perché era stato visto al porto di Pescara in atteggiamenti intimi con un uomo.
Un commensale commenta: “Ha fatto bene. Se avessi un figlio culattone lo avrei fatto anch’io, così ci avrebbero pensato un po’ tutti questi depravati viziosi; fortunatamente i miei figli, d’altronde come me, sanno adoperarlo in un altro modo il manganello, andandolo a infilare in quel posticino delizioso che madre natura ci ha riservato”.
Tutti ridono, la De Santis si sente male: “sperai che una strega nascosta tra le pieghe dei tendaggi gli infilasse uno spillone nei testicoli di quell’uomo in modo da renderlo per sempre impotente”.
Un’altra mamma Agedo, Flavia Medaschi di Bologna, si è trovata in una situazione identica: “Poco tempo fa ero a casa di un amica ed è arrivato un loro amico.
Si parlava di alcune dichiarazioni omofobe della Lega e se n’è uscito con un “hanno ragione. Tutti busoni [“culattoni” in bolognese, ndr.] devono essere castigati. E’ gente malata e gli sta bene. Sono rimasta di sasso”.

Ma non solo le madri di omosessuali sono ad alto rischio omofobia.
Un anonimo (che si firma Rory) ne da testimonianza su di un forum virtuale di atei: “vorrei che tutti i credenti provassero il male che fanno passare non solo a mia sorella ma anche a me e ai miei genitori, tutte le lacrime che ho versato io e la mia famiglia. Sono fratello di un omosessuale. Non ho il coraggio di confidarmi con i miei amici direbbero che sono gay anch’io”.
Oltre a generare sofferenza l’omofobia che investe familiari (o amici) di gay ha un effetto secondario, non meno deleterio.
E’ spesso usata dai gay come pretesto per non fare coming out: alla sofferenza di sapere che un familiare è gay si aggiungerebbe l’omofobia che colpirebbe incolpevolmente questo o quel parente eterosessuale.
“Immagina mio fratello a cena con gli amici. Qualcuno fa una battutaccia su noi gay. Mio fratello (mia madre, mio padre, mia nonna…) ne soffrirebbe inutilmente. E’ per questo non posso fare il coming out”, ripetono.

Sul web è vastissima la letteratura delle testimonianze di omosessuali che evitano come la peste il coming out per evitare “inutili sofferenze” a genitori, parenti o amici. Hanno ragione.
Hanno ragione se la reazione etero all’omofobia è il silenzio o il piagnisteo anonimo su internet come quello di Rory che se la prende con Dio: “se davvero dovesse esistere, quando vado là gli tiro un calcio nel culo”.
Peccato che la sofferenza degli eterosessuali vittime di omofobia sia spesso decisamente utile.
Spesso la vittima eterosessuale, a differenza di molti gay, non porge l’altra guancia.
Coveri, ad esempio, di fronte all’agente immobiliare omofobo ha alzato i tacchi e ha denunciato alla stampa l’accaduto dando visibilità al problema.
Gli Emo etero rispondono per le rime alle offese dei coetanei: “se anche fossimo gay, che male ci sarebbe?”.
Il sedicenne con amico gay che abbiamo incontrato poco fa, ha mandato tutti gli amici etero a quel paese: “Ci sono stato male ma ho scelto il mio amico gay. Mi dispiace che anche nella mentalità dei giovani si veda ancora l’omosessuale come una persona a cui piace prenderlo nel c…”.
Alla battuta sul “busone” mamma Flavia Medaschi ha reagito: “Non mi interessava dirgli che mio figlio è gay, conoscevo quell’uomo da pochi minuti. Gli ho comunque detto tutto quello che pensavo di coloro che insultano gli omosessuali ed ero parecchio arrabbiata”.

Nel mio Una famiglia normale (edizioni Sonda), un testo che raccoglie le testimonianze dei parenti di un omosessuale, una madre che incontra un’amica di vecchia data che si lancia in una filippica contro “quei degenerati degli omosessuali” risponde, divertita, per le rime: “L’ho lasciata parlare poi le ho detto “Mio figlio è uno di quei degenerati di cui stai parlando”.
Mi ha preso una sorta di orgoglio di madre. Perché nascondermi? Perché raccontar balle o fingere?
Nel caso specifico volevo vedere fin dove si sarebbe spinta, ma non sono solo questi i caso ho difeso i gay. Un amico di un amico di famiglia, molto cattolico, con il quale sono andata a camminare in montagna, se n’è uscito con il discorso sui genitori gay. Sosteneva che due padri sarebbero diseducativi. Gli ho detto di riflettere su quanti padri eterosessuali fossero perfetti…”. Altro che “inutile sofferenza”.

L’omofobia anti-etero genera sì sofferenza ed angoscia ma ogni vittima eterosessuale diventa un potenziale militante nella battaglia contro la discriminazione gay. Gli omofobi sono avvisati.

(pubblicato in Pollicino Gnus, n.187, ottobre 2010. L’articolo è stato originariamente pubblicato in “Pride” nel febbraio 2009. In questa sede è rivisto e aggiornato) (foto Jason Rogers-Wikicommons)

Stefano Bolognini ⋅

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