Aldo Braibanti, lo scandalo inventato

Aldo Braibanti, un noto intellettuale, nel 1968 fu accusato e condannato per aver plagiato due giovani, con i quali avrebbe intrattenuto rapporti omosessuali. Ecco ricostruita, grazie ad una brillante tesi di laurea, quell’oscura vicenda.


Una foto tratta da un quotidiano dell'epoca del processo Braibanti.

Aldo Braibanti. Chi è mai costui?

Oggi è difficile, se non impossibile, dare a quel nome un volto ed una storia. Pochi ricordano che, negli anni sessanta, Braibanti era un intellettuale molto conosciuto che scrisse libri, lavorò per la RAI, mise in scena spettacoli teatrali ed elaborò riflessioni di politica e filosofia. Pochissimi, riescono a collegare quel nome ad un momento della storia dell’omosessualità italiana forse a causa del silenzio montato ad arte attorno a quell’uomo politicamente scomodo tanto a destra quanto al centro e a sinistra.

Quel silenzio è incominciato con la scomparsa dalla scena pubblica dell’intellettuale, tutt’ora vivente, ma ritiratosi a vita privata dopo essere giunto alla ribalta delle cronache quale colpevole protagonista di uno dei più grossi scandali italiani della storia dell’omosessualità.

Nel 1968 infatti, fu accusato di aver plagiato due giovani allo scopo di intrattnere con loro, a detta dell’accusa, ‘turpi’ rapporti omosessuali. Mai prima di allora, nella storia italiana, quel reato aveva portato ad una condanna. Per Braibanti non fu così e l’uomo, sbattuto in prima pagina, divenne, come spesso accade per i profeti della libertà il ‘mostro’ di turno agli occhi miopi dell’opinione pubblica che guardò al caso solo con interesse morboso.

Oggi il processo Braibanti è diventato oggetto della tesi di laurea (poi pubblicata nel 2003 nel libro Il processo Braibanti, Zamorani Editore) di, Gabriele Ferluga, che ha ricostruito il caso partendo dalle fonti e concentrando l’attenzione sul peso dato all’omosessualità di Braibanti in sede di processo. Lo scritto, ottimamente documentato, rende palese quanto i pregiudizi sull’omosessualità fossero tra i cavalli di battaglia dell’accusa e insieme quanto il clima inquisitoriale della ‘norma’ agisca sulla sessualità. In più sono finalmente documentati con precisione i rapporti che intercorrevano tra i giovani ‘plagiati’ e l’intellettuale, l’infima strumentalizzazione del caso ad opera dei gruppi politici di allora e, ancora, il ruolo, non indifferente, che ebbero alcuni ‘buoni’ uomini di Chiesa nella vicenda ponendosi quali ri-moralizzatori e ‘salvatori’ della gioventù plagiata.

Lasciamo la parola a Gabriele Ferluga, che ripercorre lo scandalo, nell’attesa di poter leggere la rielaborazione della sua tesi che sarà edita tra qualche mese dalla casa editrice Silvio Zamorani.

Ti puoi presentare. Di dove sei, quanti anni hai, che studi hai condotto?

Sono nato a Gorizia e ho 27 anni. In questi ultimi anni ho vissuto a Torino. Sono laureato in Scienze della Comunicazione, ma il mio interesse prevalente è la storia contemporanea.

Come nasce il tuo interesse per il caso Braibanti?

Quando è venuto il momento di scegliere un argomento per la tesi mi sono detto che doveva essere qualcosa che riguardasse la storia dell’omosessualità in Italia. Sondando le raccolte dei quotidiani e analizzando quello che era stato pubblicato nel 1968 mi sono imbattuto nel caso Braibanti. A me e al mio relatore, il professor Fabio Levi, è parso subito un caso interessante attorno al quale si potevano sviluppare le riflessioni che più mi premevano, cioè i modi in cui pregiudizi e stereotipi antiomosessuali agivano. Dopo le verifiche sui primi documenti disponibili, ho lavorato sull’ipotesi che si trattasse di un processo soprattutto all’omosessualità dell’imputato. Questa è diventata poi la tesi vera e propria. Il plagio, insomma, era un reato che poteva essere usato, in mancanza di leggi specifiche contro l’omosessualità in Italia, per colpire la ‘devianza’ sessuale di un individuo. Il caso Braibanti può certamente essere letto su molti piani diversi, ma l’interpretazione del processo in chiave antiomosessuale, fino adesso, è stata appena accennata e mai verificata fino in fondo. Mi sembrava utile e giusto farlo.

Hai avuto difficoltà nel richiedere una tesi che avrebbe parlato esplicitamente di omosessualità?

Per niente. Il panorama universitario è spesso desolante, ma io ho avuto la fortuna di avere per relatore il professor Fabio Levi, una persona innanzitutto sensibile, che ha capito perfettamente il senso che volevo dare al mio lavoro. C’è stata piena concordanza di vedute sugli argomenti che trattavo e il massimo impegno da parte di entrambi. Noi omosessuali dobbiamo prendere la parola finalmente sulla nostra storia e stimolare la ricerca. Io credo che anche in ambito universitario questo sia possibile, penso che degli interlocutori sensibili si possano trovare.

Ci puoi raccontare come hai condotto le ricerche e attraverso quali fonti hai ricostruito il caso?

La fase della ricerca è stata quella più divertente. Le cronache dell’epoca, ovviamente, fornivano materiale abbondantissimo che potevo usare sia per ricostruire, fase per fase, l’odissea processuale di Braibanti, sia per analizzare le reazioni dell’opinione pubblica. Una parte degli atti processuali erano già stati pubblicati in Sotto il nome di plagio (Bompiani, 1969), ma altre cose interessanti sono uscite consultandoli direttamente al Tribunale di Roma: mi riferisco soprattutto alle indagini condotte dal PM Antonino Loiacono, molto interessato, fin dall’inizio, alla sessualità degli indagati, e alle lettere di Giovanni alla famiglia, mai pubblicate, dalle quali si evince un conflitto palese con i suoi. I radicali, l’unico partito che si è mosso attivamente per la difesa di Braibanti, conserva ancora nel proprio archivio materiale d’epoca, così come Radio Radicale. Insieme ai due saggi scritti sul caso nell’immediatezza degli eventi, alla scarsa produzione del movimento gay sull’argomento e ai periodici delle varie parti politiche, sono state queste le fonti principali. Senza dimenticare Aldo Braibanti, che dopo qualche difficoltà sono riuscito a rintracciare e incontrare.

Chi è Aldo Braibanti?

Dirlo in due parole è impossibile. E’ stato inchiodato dai giornali dell’epoca alla definizione di ‘professore’, lui che non ha mai insegnato in vita sua. E’ un poeta, innanzitutto, perché è la poesia la sua vera passione: so che una raccolta di poesie, alcune delle quali molto belle, dovrebbe uscire a breve. Ma Braibanti è anche un artista che ha al suo attivo molte esposizioni di arte plastica e figurativa, anche se detesta questo modo di presentarsi al pubblico. Ha curato delle trasmissioni radiofoniche per la Rai, ha scritto e messo in scena spettacoli teatrali ed è stato regista di alcuni film sperimentali. Scrive di politica e filosofia ed è mirmecologo, cioè studioso della vita delle formiche. Un uomo dagli interessi molto vari, come si vede, attualmente ai margini rispetto alla società delle arti e delle lettere, dei ‘nomi che contano’.

Quali furono le circostanze che portarono Ippolito Sanfratello il 12 ottobre 1964 a denunciare Aldo Braibanti per aver plagiato il figlio ventiquattrenne Giovanni?

Giovanni aveva scelto di abbandonare la famiglia, composta da cattolici ferventi e di destra (il fratello Agostino fonderà a Piacenza un gruppo di lefebvriani) perché voleva vivere insieme a Braibanti e dedicarsi alla pittura. A testimonianza di questa volontà esiste una grande quantità di lettere spedite da Giovanni ai suoi, stranamente mai pubblicate fino adesso. Giovanni si era stabilito insieme a Braibanti a Roma. A questo punto i rapporti tra Giovanni e la famiglia divennero pessimi. Dopo continue visite che terminavano sovente in litigi, Ippolito Sanfratello decise di denunciare Braibanti come arma estrema per riconquistare il figlio alla famiglia e alle sue regole. Poi, il 1° novembre ’64, con l’aiuto dell’altro figlio Agostino e di altri familiari, il padre si presentò alla porta di Braibanti e prelevò Giovanni con la forza. Lo portò in manicomio, dove rimase circa un anno e mezzo.

Che rapporti esistevano tra Braibanti e Giovanni Sanfratello?

Molto semplicemente era un rapporto d’amore tra un uomo e un altro uomo, ecco tutto. Un rapporto cominciato nella provincia piacentina e pagato a caro prezzo, vista l’epoca e le condizioni in cui maturò.

E’ vero che anche il clero ebbe un ruolo importante nella vicenda? Quale?

Non poteva che essere così, visti gli stretti legami d’amicizia della famiglia Sanfratello con esponenti della Chiesa. Da parte di Don Saraggi, dell’Istituto missionari per gli italiani immigrati e amico dei Sanfratello, ad esempio, fu fatta pressione su Giovanni perché tornasse ‘all’ovile’, tramite una lettera. La risposta di Giovanni dice tutto: “Le rimando questo biglietto perché, per quanto indirizzato a me, certamente non mi riguarda”. Giovanni e Braibanti erano del resto già stati inseguiti a Roma dal fratello Agostino e da un prete per scoprire dove abitavano. Fonti radicali avanzarono addirittura il sospetto che la macchina sulla quale fu caricato Giovanni per essere ‘accompagnato’ in manicomio fosse targata Città del Vaticano. Comunque sia, è accertato che un ragazzo del Pensionato universitari cattolici, Francesco Revelli, fu inviato da Padre Dal Bon, amico di Ippolito Sanfratello, a spiare la vita di Giovanni e Braibanti nella pensione romana in cui risiedevano. Secondo il padre di Giovanni fu proprio Dal Bon ad interpretare per primo il legame tra Braibanti e Giovanni come una relazione omosessuale.

In cosa consisteva il reato di plagio?

Il reato di plagio, abrogato nel 1981, era una fattispecie creata dal legislatore fascista e dai contorni assai nebulosi, tant’è che Braibanti resta l’unico condannato in Italia per questo reato. Puniva chi sottoponeva qualcuno al proprio potere in modo da assoggettarlo ‘totalmente’. Una sorta di potere di convinzione, di influenza psicologica per la quale la vittima perdeva la facoltà di pensare autonomamente. Era chiaro che si trattava di un’arma per colpire chi non si conformava all’ordine stabilito: poteva ricadere in questa fattispecie qualsiasi idea che venisse divulgata e che convincesse qualcuno ma che fosse invisa alla maggioranza. In questo caso si colpiva l’ateismo di Braibanti, il suo essere comunista libertario, la sua morale sessuale. E soprattutto, aspetto secondo me fino adesso trascurato, l’omosessualità. Era un vicolo cieco che una volta imboccato lasciava senza scampo: se Giovanni avesse accusato Braibanti di averlo plagiato, l’accusa ne avrebbe tratto giovamento, logicamente; ma Giovanni difese l’imputato ammettendo che era consenziente. Questo fermò il processo? Niente affatto: fu presa come prova del fatto che Giovanni era ancora sotto l’influenza di Braibanti (dopo tre anni e mezzo in cui non lo aveva visto), cioè plagiato.

Come agì inizialmente il giudice istruttore Loiacono?

I primi atti dell’inchiesta, che si protrasse oltre i limiti previsti dalla legge, per oltre tre anni, sono i più significativi. Loiacono dirama una serie di richieste alle Questure di varie città per indagare sulla vita di alcuni amici di Braibanti, alcuni dei quali piuttosto noti come il pianista Sylvano Bussotti. Fa eseguire anche dei pedinamenti. L’attenzione si appunta soprattutto sull’omosessualità presunta di queste persone, che lui sdegnosamente chiama ‘pseudoartisti’. Dai rapporti stilati (uno dei quali a carico dello stesso Braibanti) emerge un ritratto inquietante della repressione antiomosessuale della magistratura e delle forze di polizia dell’epoca. Mentre succede questo, Loiacono rassicura l’avvocato di Braibanti facendogli capire che tutto si risolverà in un’archiviazione e intanto assiste inerte al prelevamento di Giovanni, di cui è ovviamente informato.

Nella tua tesi ricostruisci con dovizia di particolari il dibattito che si tenne in aula. Su cosa puntò l’accusa per arrivare alla condanna dell’intellettuale?

Ogni mezzo era buono, perfino l’interesse per le formiche o fare professione di marxismo era diventato un strumento di plagio. L’aspetto fisico di Braibanti, definito dall’accusa ‘piccolo, stortignaccolo’ era prova sicura di un senso di inferiorità che avrebbe motivato Braibanti alla vendetta personale, consistente, appunto, nel plagio. Molti episodi di vita comune in una coppia, banali e innocui per chiunque di noi, vennero ingigantiti o storpiati per provare la volontà di Braibanti di traviare Giovanni dalla ‘norma’.

Fino a che punto l’omosessualità di Braibanti fu utilizzata dall’accusa per screditare e colpire il personaggio?

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Non fu usata solo per screditarlo, non era solo un elemento per metterlo in cattiva luce e arrivare alla condanna. Fu messa invece al centro del processo (certo, insieme ad altre cose come la Resistenza o il comunismo) e processata essa stessa attraverso Braibanti. Il processo fa emergere tutti i pregiudizi e gli stereotipi dell’epoca: la gelosia folle che inevitabilmente pervade due uomini in coppia e che fatalmente porta al dramma, l’effeminatezza, l’ossessione sessuale, il tabù dell’analità, la misoginia, l’omosessualità come surrogato in mancanza di una presenza femminile, l’omosessualità come regressione ad uno stadio infantile… Ce n’è una quantità enorme!

Quale linea difensiva adottarono gli avvocati del mirmecologo?

La difficoltà principale, per la difesa, consisteva proprio nel fatto che si trovavano a dover scagionare un omosessuale. Il fuoco delle accuse riferite alla vita omosessuale era tale che si dovette rispondere stando ‘sulla difensiva’, cercando di ‘normalizzare’ la vita dell’imputato. Braibanti voleva a tutti i costi evitare di legittimare i discorsi dei suoi nemici, rifiutando di entrare nel merito delle accuse. Desiderava che non si spostasse sul piano penale una discussione che si sarebbe dovuta tenere piuttosto nella società intera. E’ stata una posizione difficile che non ha funzionato, soprattutto parlando di omosessualità. Ad esempio, non si diceva mai che il rapporto omosessuale era legittimo e fuori discussione, un atteggiamento simile era prematuro. Da parte della difesa si cercava piuttosto di affermare che, se l’omosessualità era quella descritta dall’accusa – e pochi ne dubitavano – Braibanti non era così. Qualcuno, tra i testimoni della difesa, giunse persino a dire che Braibanti non era omosessuale o che non lo dava a vedere. Atteggiamenti come questi ci mostrano come i pregiudizi si annidassero ovunque, anche in chi era in perfetta buona fede. Il processo Braibanti è stato un po’ un banco di prova sull’omosessualità nell’anno 1968, un momento in cui è emerso in tutta evidenza l’attrito creato dalla nuova morale sessuale che si stava lentamente affermando, e la vecchia cultura di sempre, ben rappresentata dalle nostre istituzioni ma anche da frange dell’opinione pubblica e dei partiti più ‘progressisti’.

Mentre si svolgeva il processo e Braibanti era in carcere.Come mai Giovanni Sanfratello ormai maggiorenne non potè agire contro i suoi familiari?

Il rapimento da parte della sua famiglia, l’internamento in manicomio, senza poter parlare con un avvocato, e le successive dimissioni dal manicomio a condizione che non incontrasse più gli amici di un tempo e che leggesse libri pubblicati almeno cent’anni prima: mi sembra che la spiegazione sia tutta lì. Quella era davvero psichiatria al servizio della repressione.

E’ vero che hai trovato delle prove che in manicomio fu sottoposto ad elettro-shock?

Sì, era un fatto già denunciato all’epoca, soprattutto dai radicali e da Alberto Moravia. Si parlò di quaranta elettroshock e otto coma insulinici. Io, tra le carte processuali, ho trovato traccia di diciannove elettroshock. Ad eseguirli era il personale del manicomio di Verona diretto dal professor Trabucchi, fratello del ministro democristiano indagato, all’epoca, per alcuni scandali. Non è l’unico aspetto inquietante della vicenda. Anche il principale perito psichiatrico al processo era stato pescato da ambienti dell’ultradestra: si trattava di Aldo Semerari, più tardi sospettato di essere implicato nella strage di Bologna, legato ai servizi segreti e ai terroristi neri. E’ stato assassinato nel 1982. Anche il giudice Orlando Falco era sospettato, secondo l’avvocato Ivo Reina, di favoreggiamento nei confronti di alcuni imprenditori.

Giovanni, pur avendo poca voce in capitolo, difese il filosofo?

“Accettavo i rapporti con Braibanti perché mi interessavano”, ha dichiarato in aula Giovanni. Era confuso, provato, impaurito. Ma lo ha difeso. L’accusa, invece, ha proseguito ancora più feroce di prima, come se effettivamente le parole di Giovanni non contassero nulla. Del tutto delegittimato, Giovanni era il matto plagiato da Braibanti: qualsiasi cosa avesse detto, Giovanni poteva essere visto ormai solo attraverso le lenti deformanti dell’accusa.

Come finì il processo?

Nove anni meno due per meriti resistenziali, poi ridotti in appello a quattro meno due, confermati in cassazione. Aldo Braibanti ha pagato il suo amore per Giovanni con due anni di carcere.

Quando e come la stampa si appropriò del caso?

Fin dall’inizio del processo i giornali seguirono il caso molto da vicino, con le solite approssimazioni: Braibanti era indicato come il ‘professore’ che aveva plagiato due suoi allievi, Toscani era chiamato Toscano, e così via. Le definizioni per l’omosessualità non si discostavano minimamente da quelle usate da sempre per la cronaca nera: ‘squallido ambiente’ era forse l’espressione più usata. La stampa doveva fornire ai lettori un mostro omosessuale e riferire “la storia più squallida che sia mai stata raccontata in un’aula di giustizia”. Così fece.

Nella parte finale del tuo lavoro analizzi come le testate giornalistiche raccontarono il processo dividendole in filogovernative, di destra e di sinistra. Ci sono sostanziali differenze nella trattazione del caso? Come si guardava all’omosessualità nel 1968?

Questo è un punto importante. Se è vero che la destra si lasciava andare a considerazioni spesso volgari e quando “Il Borghese” prendeva posizioni su questo tema il moralismo ipocrita era assicurato, è altrettanto vero che l’opinione pubblica di sinistra, rappresentata dai suoi organi di stampa, non seppe reagire. Difendeva Braibanti, certo, ma senza mai considerare legittima la sua sessualità. Qualcosa, comunque, cominciava a muoversi nelle coscienze, qua e là emergeva qualche considerazione libertaria in fatto di omosessualità. Ma una riflessione seria e organica sul tema era ancora lontana. Anzi, l’imbarazzo a sinistra era evidente e Braianti fu lasciato solo. “l’Unità”, che altre volte si era mossa per campagne di solidarietà, nel caso di Braibanti si attivò solo all’ultimo minuto, con un editoriale in suo favore il giorno della sentenza, fuori tempo massimo. “Quaderni Piacentini”, la rivista della sinistra eterodossa che Braibanti aveva collaborato a fondare, si espresse sul caso solo a processo concluso.

Tra i partiti politici gli unici a difendere Braibanti furono i Radicali? Come lo difesero e perchè?

Sì, il PCI, di cui nel primo dopoguerra Braibanti era stato un dirigente a livello regionale, non si pronunciò mai. All’inizio del caso “l’Unità” scrisse che Braibanti era stato iscritto “a un partito operaio”. Fu invece Marco Pannella, allertato da un avvocato di Braibanti, Piccardi, radicale anche lui, che ‘scoprì’ il caso, conobbe l’imputato e mobilitò il suo partito. Da “Notizie Radicali”, il loro bollettino ciclostilato, Pannella e i suoi criticavano apertamente e senza andare per il sottile la conduzione dell’inchiesta, il clima da caccia alle streghe, il silenzio della sinistra definito “vile, stupido o qualificante”. Condussero essi stessi una piccola inchiesta nel paese di Braibanti e a Roma, smascherarono alcune falsità dell’accusa, restarono sempre in contatto con gli avvocati della difesa. Erano molto attivi, tant’è che gli avvocati di Braibanti si preoccuparono che la cosa potesse addirittura nuocere al loro assistito. Lo difesero perché intuirono quanto quel caso potesse dare visibilità alle loro battaglie come quella sulla giustizia, perché lo consideravano davvero un caso emblematico. Non riuscirono neanch’essi a mettere al centro della difesa di Braibanti la sua omosessualità, ma almeno si risparmiarono la pruderie e le ipocrisie che caratterizzarono, talvolta, gli altri difensori di Braibanti.

Tra gli intellettuali chi difese l’inquisito?

I nomi della cultura di sinistra: Pasolini, Zavattini, Bellocchio, Elsa Morante, Dacia Maraini, Alberto Moravia e molti altri. Moravia parlò di un processo all’omosessualità, Pasolini disse di Braibanti: è un uomo solo e debole perché ha scelto di rifiutare l’autorità che gli sarebbe venuta dal definirsi intellettuale; questa debolezza è il suo scandalo. E se la prese con Alberto Dall’Ora che difendeva ipocritamente Braibanti per riproporre poi i soliti cliché dell’omosessuale malato.

Quale effetto sortì le difesa?

Nessuno. Né gli appelli né gli articoli in favore di Braibanti poterono niente davanti a rappresentanti dell’accusa a cui fu permesso di presentarli in aula dicendo: “ed ecco i soliti appelli firmati dai soliti intellettuali di merda”. Nel tentativo di screditare un teste della difesa, il pianista Sylvano Bussotti, gli si chiese se aveva firmato l’appello. Bussotti è un amico di Braibanti. Una delle domande successive fu: “Lei è omosessuale?”.

Come si concluse la vicenda?

Scontati i due anni di carcere Braibanti tornò a vivere nella sua casa romana. A parte qualche parentesi di collaborazione con la Rai di Torino alla fine degli anni ’70, a parte alcuni spettacoli teatrali e alcuni film, Braibanti è rimasto sempre ai margini della produzione culturale. Un po’ per scelta, perché odia sinceramente l’esibizione ed è una persona estremamente riservata, un po’ perché è stato tagliato fuori a causa del processo. Nelle menti di tutti Braibanti è il plagiatore, poco importa quello che sa fare o scrivere. Nel frattempo il reato di plagio è stato abrogato dal codice, dando alla fine ragione alla difesa di Braibanti. Ma quel reato è ancora nelle coscienze della gente. Secondo molti esiste la possibilità di plagiare qualcuno, secondo Braibanti no. E la possibilità che quest’arma torni ad essere usata per colpire chi la pensa ‘diversamente’ lo inquieta ancora molto.

Hai incontrato personalmente Aldo Braibanti. Come ricorda quel periodo?

Secondo me Braibanti non ha dimenticato quel periodo, semplicemente vuole che si passi oltre, vorrebbe che gli fossero riconosciuti altri meriti oltre a quello, non cercato, di essere stato famoso a causa del suo processo. E’ un ricordo difficile, sicuramente doloroso, eppure lucido. Braibanti la sua battaglia non l’ha mai chiusa, nemmeno oggi quando cerca il modo migliore per far sentire la sua voce e divulgare le proprie idee senza imporle a nessuno, senza gridare.

Lo scandalo Braibanti fu uno tra i più grossi scandali omosessuali del ‘900 e già alcuni libri ne hanno parlato. Cosa aggiunge il tuo scritto a questi lavori?

Il fatto è che finora non è stato percepito come uno scandalo omosessuale. Sì, tutto maturava nell’ambito di una relazione omosessuale, ma sembrava più importante o più urgente parlare di ateismo, marxismo, filosofia, arte d’avanguardia e naturalmente di plagio: è davvero possibile plagiare qualcuno? Si dimenticò, in tutte le analisi, che dietro tutto ciò c’era anche una famiglia pronta a tutto pur di strappare il proprio figlio a Braibanti perché non accettava la loro omosessualità. Si può leggere quel processo da molti punti di vista (giuridico, psicologico,…) ma è significativo che sia stato proprio l’accanimento contro l’omosessualità dell’imputato e delle presunte vittime, ad essere trascurato dai lavori che fino adesso ne hanno parlato. Si veda ad esempio il testo più importante pubblicato sul caso: Sotto il nome di plagio. L’intervento più articolato è quello di Eco, che smonta semiologicamente gli atti del processo, senza però mai voler parlare di legittimità dell’omosessualità. Era una difesa di principio per Braibanti, condotta molto abilmente, ma con una presa di distanza implicita rispetto all’omosessualità.

Sappiamo che il rapporto tra gli omosessuali e lo studio della loro storia è molto conflittuale e va da chi la nega a chi è ne è assolutamente disinteressato. Che valore ha ripercorrere lo scandalo Braibanti oggi?

Un valore storico innanzitutto, perché, come ho detto, l’aspetto omosessuale rimane ancora paradossalmente da esplorare. E’ un caso che probabilmente pesa ancora sulle coscienze di molti ed è per questo che è stato rimosso: motivo in più per riproporlo. E’ interessante anche perché ci mostra una serie di pregiudizi e stereotipi ancora oggi presenti in frange della nostra società. E ci mostra una sinistra pavida e immatura, neanche tanto diversa da quella di oggi. Infine, io non credo che si debba scrivere la storia dell’omosessualità per gli omosessuali: la si scrive per tutti, perché parla di discriminazioni, di torti e di lotte che riguardano tutti e sono un pezzo di affermazione di tutte le differenze. (pubblicato originariamente in “Babilonia”, luglio-agosto 2001)

7 commenti

  1. antonella urciuoli

    E’triste e penoso leggere ,a distanza di tempo, visioni cosi distorte e fuorvianti della vicenda Braibanti.Fare una “tesi” di laurea su quest’argomento ascoltando braibanti e non la controparte!SAREbbe stato molto piu dar voce anche al dolore e alla disperazione a due famiglie che si sonovis strappare i propri figli dal puntto di vista fisico e psicologico..e tanto altro ancora.Il plagio non esiste?!?..sfido chiunque oggi ad affermare questa demenzialità.Sono madre di 3 ragazzi, e se fosse successa una tragedia simile a casa mia…avrei lottato con le unghie e con i denti, come quei genitori Se non fosse esistito il plagio, quei due ragazzi, probabilmente, avrebbero fatto fare al signor braibanti la stessa fine che ha fatto pasolini.

  2. ermanno quinzi

    Stavo cercando delle notizie su Braibanti ( ieggevo la ristampa del saggio di Eco ) , e già mi si accapponava la pelle per le sofferenze a cui sono stati sottoposti lui e Giovanni. Ho letto alla fine di questo articolo il commento di Antonella che mi ha allibito e alla quale vorrei rispondere. Si definisce una madre che per amore dei figli farebbe ciò che hanno fatto i genitori di Giovanni: rapirlo,internarlo farlo sottoporre a non meno di 19 elettroshock e 8 coma insulinici, ho pensato NON VORREI AVER AVUTO UNA MADRE COSì. Per pura conoscenza dico ad Antonella che non essendo omosessuale questa non è una difesa: Cicero pro domo sua. E’ solamente avere com-passione per le persone. Ermanno

  3. matilde

    “Secondo me uno dovrebbe accusare qualcuno di aver fatto una brutta cosa solo se ha le prove,altrimenti non puoi arrestare il primo che ti capita!”Mi dispiace molto per questo uomo anche se non lo mai conosciuto.

  4. Andrea Fornari

    Forse la vera tragedia è che gente come la signora Antonella non dovrebbe mettere al mondo figli, visto il suo violento atteggiamento nei confronti della libertà di scelta di un individuo, capace di intendere e volere (a 23 anni non si è certo dei bambini!): i figli sono in primo luogo individui con una loro coscienza e capacità di discernimento, e non una diretta emanazione di genitori bigotti e oscurantisti, e in questo caso anche violenti, che pensano che il male sia tutto quello che loro, nel chiuso delle proprie piccole menti, non riescono a concepire. Questo sì che è vero plagio, non certo la libertà di amare chiunque si desideri, al di là di quello che le squallide madri, prive di qualsiasi vero affetto, vorrebbero imporre con la forza dei loro faziosi convincimenti.
    Ma probabilmente la signora Antonella non ha la più pallida idea di che cosa siano i sentimenti, tanto che trova plausibile pure l’omicidio, per quello che non riesce neanche lontanamente ad immaginare. Mi auguro che i suoi figli, come degno contrappasso, possano darle una adeguata lezione di vita.

  5. Clotilde Balzano

    Stavo facendo delle ricerche su internet e sono venuta a conoscenza del caso Braibanti anche io … vicenda oscura … triste … assurda … ed ho continuato la ricerca perchè volevo conoscere i risvolti per Giovanni, che la famiglia voleva malignamente “salvare” e che al quale è addirittura toccata una sorte ancora più allucinante di quella del suo compagno. In famiglia ho un zio omosessuale e considero il compagno come membro della famiglia, lo indico anch’esso come zio, ho una famiglia, ho una figlia e fin da piccola le ho insegnato la tolleranza e che il concetto di normalità presenta contorni sfumati che variano a seconda della persona che li considera. La Signora Antonella è ciò che di più deleterio ed aberrante io possa riconoscere in una madre, l’amore per i figli e per la vita, ma soprattutto per il libero arbitrio, dovrebbe trascendere e sovrastare ogni cosa .. non ci sono parole … l’unica cosa che mi consola è che finalmente Aldo e Giovanni sono insieme e nessuno potrà più separarli.

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