Il mio bambino è gay?

La domanda non riguarda più solo gli adolescenti ma anche bambini in tenera età e viene da genitori che si trovano totalmente soli, e decisamente preoccupati, ad affrontare i problema. Ecco come.

Dal mensile “Pride”, giugno 2008 – “Sono la mamma di un bambino di nove anni. L’ho portato via da scuola, veniva preso pesantemente in giro perché definito “gay”. È stato difficilissimo affrontare soli, io e mio marito, la situazione. Mio figlio si sentiva sbagliato… Non sapevamo cosa fare, già sarebbe stato difficile più adulto, ma così piccolino… Lui chiedeva ho qualcosa che non va? Perché mi dicono questo? Lo dicono per prendermi in giro?”.

Sofia, che ha raccontato la sua esperienza con una telefonata in diretta il 2 maggio scorso a radio deegay, ha puntato il dito contro il bullismo e la discriminazione infantile, un territorio sconosciuto. Eppure nelle testimonianze di molti omosessuali, l’incubo dell’esclusione e del rifiuto, incomincia già dalle scuole elementari.

Lo ricordava, Marco F., ora diciottenne, qualche tempo fa a “Il Mattino”: “Alle elementari mi chiamavano “checca”, “frocio”, ho persino subito tentativi di denudarmi in pubblico perché volevano accertarsi della mia sessualità.

Questi erano i miei compagni, ignari ma perfidi. Ero preso di mira per la mia diversità caratteriale, per il mio disamore verso il calcio, perché non mi lasciavo coinvolgere nelle loro stupide iniziative o giochi, a scherzi e improperi…”. Marco si è creato da solo una scorza dura mentre il figlio di Sofia ha trovato due genitori attenti.

Mio figlio non gioca a pallone, ama il golf, - spiegava la madre a radio deegay - e questo l’ha dequalificato agli occhi dei compagni. Mio figlio si studiava, cercava di trovare in sé i sintomi di qualcosa che non conosceva. È stato difficile fargli capire che non era sbagliato, che non era una cosa brutta, che non era una offesa e fargli capire che non c’era niente di male, non c’era nessun problema. Gli ho presentato un omosessuale, senza dapprima dire nulla, per fargli capire che era una persona normale, solo dopo gli ho detto che quel ragazzo era gay”. Maestri ed educatori, purtroppo “trovavano tutto una ragazzata. Gli abbiamo cambiato scuola, ora è sereno. Lo lasciamo libero, non so quale sia l’orientamento di mio figlio, so che ora sta bene ed è contento e che seguirà il suo percorso”. Il caso di Sofia non è unico.

E’ “tremendamente preoccupata”, ad esempio in una testimonianza reperita su internet, Luciana T. di Roma,  che scrive a Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica del San Raffaele di Milano: “Ho due figli, che si assomigliano molto: una bambina di otto anni e un maschietto di quattro… Il problema è che il maschietto la copia in tutto: preferisce giocare con lei alle bambole, invece che con i giochi da maschio, che non gli interessano affatto.

Non ama stare con i coetanei maschi, e preferisce le bambine, anche alla scuola materna. Diventerà omosessuale?”.

La tranquillizza, solo in parte, la Graziottin: “solo una minoranza dei bambini che hanno questo tipo di preferenza nella prima o seconda infanzia ha poi un orientamento omosessuale o disturbi dell’identità. Studi condotti da diversi ricercatori, mediante specifici strumenti di approfondimento, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, hanno dimostrato che solo il 10-15 per cento dei bambini che ha preferenza per i giochi tipici dell’altro sesso ha poi un orientamento omosessuale o problemi di identità”.

Anche se l’orientamento sessuale rimane non definibile fino ai 12, 14 anni, numerosi bambini, sono vittime di pregiudizi e stereotipi (e omofobia) che si diffondono a partire dagli asili e dalle scuole materne: “La forza degli stereotipi di genere risiede proprio nel fatto che non vengono di solito analizzati e rifiutati dalle persone che si prendono cura dei bambini, ma all’opposto vengono trasmessi fin dalla primissima infanzia… le ricerche mostrano che bambini di due anni e mezzo nutrono già aspettative diverse nei confronti di come sono e cosa fanno i maschi e le femmine”.

Lo denunciava lo psicologo Paolo Bozzato e il dirigente pedagogico Carla Campini sul mensile “Bambini”,  la più diffusa rivista negli asili nido e nelle scuole materne d’Italia, nel 2005.

A 4, 5 anni i bimbi – spiegano i due professionisti – Sono convinti, per esempio, che i maschi “debbano” essere robusti, forti, indipendenti e “debbano” fare professioni come il poliziotto e il pilota; le femmine, invece, “devono” essere tranquille, obbedienti ed emotive e “devono” fare le insegnanti o le infermiere”. Il pregiudizio è allenato poi, da giocattoli, fiabe, cartoni animati, i film e i programmi televisivi e spot che rappresentano “donne passive, miti, costantemente vittime o preoccupate per la propria bellezza” e  “figure maschili sono decisamente attive, forti, coraggiose, leali e intelligenti”.

I piccoli che non aderiscono allo stereotipo incominciano immediatamente ad essere presi di mira.

L’atipicità di genere  – spiega Paolo Bozzato -, ad esempio i maschi tranquilli, che incentrano il gioco sull’attività verbale che è più tipicamente femminile e che sono meno aggressivi dei coetanei, non necessita di alcun trattamento, ma genera molta ansia in genitori, insegnanti ed educatori. Il bambino nella scuola materna è sovente tranquillo e sereno. È dalla scuola elementare che possono incominciare i problemi, i bambini hanno già interiorizzato che cosa vuole la cultura e la società da maschi e femmine.

Il bambino con atipicità di genere incomincia ad essere deriso, escluso e rifiutato. La madre tende ad essere iperprotettiva, il padre tende ad allontanarlo da sé”.

Proprio i genitori di questi bambini, come Sofia e Luciana,  si trovano del tutto privi di sostegno, e la domanda “il mio bimbo è gay?” non arriva ad Agedo, l’associazione di genitori di omosessuali (“Ci chiamano madri di adolescenti, non mi pare ci sia mai giunta una telefonata di genitori di bambini”, dichiara Rita De Sanctis, presidente dell’associazione) ma compare con sempre più insistenza su internet, sulla stampa per giungere sino a “centri specializzati” in psicologia e psicanalisi.

Compare, per esempio, sul sito di Synergia, uno studio di Torino per la cura del trauma psichico, che pubblicizza consulenze e psicoterapia per bambini ed adolescenti: “E’ importante che lo psicologo, dopo aver conosciuto il bambino, possa aiutare i genitori a rapportarsi a lui in modo corretto ed a trovare l’approccio giusto al problema”.

I genitori chiedono aiuto anche dal Saifip, il servizio di adeguamento tra l’identità fisica e l’identità psichica  di Roma, dell’ospedale San Camillo Forlanini di Roma.

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Luca Chianura, il responsabile di Psicologia clinica del centro, ci spiega: “Fino a due anni fa il nostro centro era solo per adulti, ma aumentavano però le richieste di genitori di adolescenti e bambini.

Ora seguiamo circa una quindicina di bambini, soprattutto maschi, che hanno comportamenti, e sto semplificando, “femminili”. Non facciamo diagnosi, non stimoliamo l’orientamento né in un senso né in un altro, non facciamo terapie di dissuasione (è inutile e dannoso, come con gli adulti), e nei bambini non parliamo di disturbo di identità di genere ma di problematiche relative all’identità di genere.

Il problema molto spesso non è del bambino, ma nei genitori, che sono preoccupati delle relazioni sociali nel gruppo di pari… anche a sei, sette anni tra i maschi soprattutto, possono essere comuni, se non veri e propri atti di bullismo, atti di rifiuto e discriminazione”.

Non sappiamo  – ci tiene a sottolineare lo psicologo – quale sarà l’evoluzione del soggetto. Le poche ricerche a livello mondiale dicono che solo un numero molto esiguo di bambini che mostrano atipicità di genere arriverà alla riattribuzione di sesso.

Il nostro discorso è più preventivo, si cerca di sostenere la famiglia, si proteggono i bambini e si evita che intorno al tema si strutturino problemi più grossi come isolamento sociale o sintomi depressivi. La scuola è poi fondamentale.  Siamo anche in contatto con gli istituti scolastici quando si verificano situazioni spiacevoli”.

Oggi vanno molto i progetti antibullismo nella scuola elementare  – dichiara Paolo Bozzato -, e il testo, molto tecnico, Il bullismo nella scuola primaria (a cura di Elena Buccoliero e Marco Maggi, Franco Angeli editore) raccoglie i progetti messi in  campo fino ad ora.

È molto importante aiutare gli insegnati a capire che le differenze sessuali esistono e che bisogna rispettare l’indole del bambino, la sua possibilità di collocarsi in base al suo modo di essere, un bambino non è un vaso vuoto da riempire con l’istruzione, ma è essere con potenzialità da far emergere con l’educazione.

Dall’altra parte è necessario aiutare i genitori a risolvere i problemi di ansia, il problema sembra più dei genitori, è necessario a capire che quando osservano i loro figli hanno in mente uno stereotipo”.

Arcigay ha lavorato soprattutto con le scuole superiori e con qualche scuola media, con le elementari è molto difficile  – conclude Riccardo Gottardi, segretario dell’associazione -. Di certo non c’è molta attenzione al tema nel corpo docente, il corpo docente ha di per sé difficoltà a svolgere il proprio lavoro e portare ulteriori temi in percorsi e curricula, è arduo e ci vorrebbe anche l’attenzione e la volontà delle Istituzioni…”.

Ringrazio Vittorio Lingiardi per i preziosi suggerimenti.

Aggiornamento

L’inchiesta, probabilmente la prima sul tema pubblicata in Italia, è piaciuta a “La Repubblica” che ne ha parlato, seppur brevemente, in un articolo di Natalia Aspesi nel luglio 2008.

L’obbligo della virilità – La Repubblica, 18 luglio 2008.

di NATALIA ASPESI

Ho un bimbo gay? Pare che questa domanda se la pongano i genitori di maschietti così anomali da non prendere a calci il cuginetto o da annoiarsi a guardare le partite in tivù. Bambini di 6 anni ma anche più piccoli che mamma e papà spiano sperando che sfascino i giocattoli o azzannino il gatto, per rassicurarli sulla loro futura simpatica virilità. È il mensile gay italiano “Pride” a segnalare i dubbi di non pochi genitori di bambini gentili e pensosi, che a scuola vengono emarginati dai rabbiosi piccoli bulli che li chiamano froci.

Il bersaglio della crudeltà infantile di imitazione televisiva, non capisce, si dispera, e ci sono madri e soprattutto padri che anziché prendersela con i suoi piccoli aguzzini se la prendono con lui. Altro che matrimoni gay anche in California: da noi gli stereotipi sono già introiettati a tre anni, con l’aiuto dei genitori che al maschietto timido dicono, “non fare la femminuccia” come fosse un insulto. E non importa se l’orientamento sessuale non si definisce prima dei 12-14 anni e se solo il 10% dei piccini che da grandi non vogliono fare il pompiere, ma già avidi di ricchezza, lo stilista, ha poi quelli che vengono chiamati, elegantemente, problemi d’identità.

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