Michelangelo Signorile: Ho inventato l’outing, ma è solo giornalismo

Stefano Bolognini “Il Manifesto”, 24 settembre 2011
L’outing arriva da lontano. Tra i suoi pionieri, all’inizio degli anni 90, Michelangelo Signorile. Genitori pugliesi, giornalista e scrittore statunitense gay, tra i 100 personaggi più influenti nella cultura americana e tra i 100 gay più influenti di tutti i tempi. Queer in America, un suo testo rumorosissimo del ’93, teorizzava l’outing e cioè la pratica di raccontare pubblicamente l’omosessualità vissuta in segreto di questo o quel personaggio pubblico omofobo e, cosa sfuggita al dibattito italiano, anche non omofobo.
L’outing non è altro che banale «lavoro giornalistico» di piena «parificazione» tra figure pubbliche eterosessuali e omosessuali. L’esistenza dei primi era infatti raccontata dai media senza alcun patema d’animo, mentre gli affetti dei secondi restavano nelle penne dei commentatori per evitare indebite incursioni nella privacy. Era lo stesso Signorile a spiegarlo, nel ’97, intercettato da Giovanni Dall’Orto per il compianto mensile gay italiano Babilonia: «I mass-media americani mettono in piazza il minimo dettaglio privato di qualsiasi personaggio famoso; eppure quando si arriva al tema dell’omosessualità si dice sempre: ‘Questo non si può scrivere’. Non è privacy bensì omofobia, il rifiuto di presentare l’omosessuale in una luce favorevole (nel caso di un personaggio celebre) dato che ai media non frega nulla della privacy degli eterosessuali». Detto fatto, Signorile scriveva dell’omosessualità di Pete Williams, portavoce del ministero della difesa, un omosessuale che difendeva pubblicamente il bando dei gay dall’esercito (quello cancellato martedì dall’amministrazione Obama) sostenendo che gli omosessuali sarebbero stati un «rischio per la sicurezza nazionale». Ma non si fermava qui e faceva outing a attori e produttori di Hollywood non omofobi, convinto che tradissero comunque la causa gay perché se fossero stati loro stessi sarebbero stati esempio per milioni di americani invisibili.
Oggi Michelangelo Signorile è un cinquantenne pacato che ribadisce volentieri le sue idee: «I personaggi pubblici devono rinunciare a gran parte della loro privacy in cambio di potere e denaro. Banalmente, se qualcuno vuole la privacy può condurre una vita privata», ci spiega. «L’essere omosessuale o lesbica invisibile – continua – è un esempio di ipocrisia dei politici che va sottolineata pubblicamente. Esattamente come qualsiasi altra forma di ipocrisia. Se, ad esempio, un politico predica che dobbiamo essere ambientalisti e riciclare, ma poi non lo fa, va sbugiardato. Ancora, se un pubblico ufficiale sostiene che l’adulterio è peccato, ma poi vive una relazione extraconiugale, questo va raccontato. Lo stesso vale per l’omosessualità».
Ma è utile?
«Come abbiamo visto negli Usa, i politici finiti sulla stampa cominciano a votare pro-gay o lasciano l’incarico. L’outing diffonde il messaggio che l’ipocrisia rovina le carriere, non l’omosessualità. L’azione incide anche sulle politiche di governo.
Esistono delle regole per l’outing?
«Sono i giornalisti che dovrebbero fare outing. E gli attivisti gay dovrebbero fornire loro informazioni utili. È molto importante che le informazioni siano accurate e, meglio, che le prove siano verificabili e le fonti ufficiali e dirette».
Da questo punto di vista la lista pubblicata da anonimi italiani senza alcuna prova pare poca cosa…
«Non è la strategia migliore per fare outing, ma è almeno un inizio. Queste persone non meritano di protezione. Invadono le nostre vite e scrivendo le leggi contro di noi rendendoci cittadini di serie B».
Ha un messaggio per i colleghi italiani?
«L’outing deve essere fatto dai giornalisti come parte del lavoro giornalistico, si può usare quei nomi come punto di partenza per raccontare di più».
www.stefanobolognini.it

 

Stefano Bolognini ⋅

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