“L’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano”.
Organizzazione mondiale della Sanità
COSA SONO LE TERAPIE RIPARATIVE?
Sotto il nome di terapie riparative (reparative therapy) o di conversione si riuniscono diversi modelli terapeutici tesi a modificare l’orientamento o l’identità sessuale di un individuo da omosessuale a eterosessuale. L’approccio “riparativo” all’omosessualità nasce nei primi anni ottanta dagli studi di Elizabeth Moberly, un teologo inglese, che, nel testo Homosexuality: A New Christian Ethic, individua tra le cause dell’omosessualità “incomprensioni” nel rapporto tra padre e figlio.
Le terapie riparative hanno assunto visibilità mediatica internazionale per il lavoro di Charles Socarides, uno psichiatra americano, e Joseph Nicolosi, uno psicologo clinico americano cattolico conservatore, fondatore e direttore della Thomas Aquinas Psychological Clinic ed ex presidente del Narth, l’associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell’omosessualità. Nicolosi ha raccolto le sue teorie nel libro Reparative Therapy of Male Homosexuality: A New Clinical Approach pubblicato nel 1991.
COME SI SOMMINISTRANO LE TERAPIE RIPARATIVE?
Stando ai testi di Joseph Nicolosi l’approccio alla conversione di omosessuali in eterosessuali è multiforme e si basa sulla terapia psicanalitica, biblioterapia, psicoterapia di gruppo fino alla terapia del sogno. Sono poi importanti elementi come l’iniziazione alla mascolinità, il superamento del falso ‘io’, la ricomposizione del rapporto con il padre, il recupero della competizione e rapporti maschili non sessuali. Anche la castità e la preghiera sono utili alla buona riuscita della terapia.
CHI CURA GLI OMOSESSUALI?
I tentativi di convertire omosessuali in eterosessuali non è supportato dalla pratica medico clinica ufficiale ma proviene da diverse associazioni che si rifanno ai valori cristiani come le americane NARTH, Exodus e Courage o l’europea Living Waters. Questi gruppi offrono consulenza, organizzano conferenze, sedute psicoterapeutiche e seminari sovente dietro compenso.
In Italia non operano vere e proprie filiali delle associazioni menzionate bensì piccoli gruppi, legati a realtà religiose, generalmente dotati di una leadership carismatica che si rifanno alle teorie propagandate da Nicolosi e le diffondono attraverso blog, siti web, media cattolici o il passaparola. Questi gruppi trovano spazi proprio in ambienti messi a disposizioni da diocesi e parrocchie per organizzare seminari e riunioni di preghiera rivolte ad omosessuali e lesbiche.
Nella realtà italiana il lavoro dei terapeuti di omosessuali non è mai pubblico e visibile (o lo è solo in parte) e i terapeuti italiani, più volte sollecitati a confrontarsi con psicologi e psichiatri hanno sempre opposto un netto rifiuto. Questi gruppi poi non parlano mai esplicitamente di “cura” e “terapia” dell’omosessualità, ma usano forme metaforiche come “rifioritura” o “nuovi percorsi” per gli omosessuali.
LE TERAPIE RIPARATIVE FUNZIONANO?
In ambito scientifico è netta e unanime la condanna delle “terapie riparative” come inefficaci, inutili e pericolose. Associazioni professionali di psicologi e psichiatri di tutto il mondo (soprattutto statunitensi) hanno più volte condannato tali terapie esprimendo l’impossibilità di giudicare con criteri scientifici gli studi teorici di Joseph Nicolosi che si presentano come aneddotici e lacunosi. Lo stesso Nicolosi, relativamente all’efficacia delle proprie terapie ha dichiarato che su di un terzo dei suoi pazienti la terapia non ha alcun effetto, mentre un altro terzo dei suoi pazienti avrebbe avuto un “significativo miglioramento, comprendendo il proprio lato omosessuale ed esprimendo un certo senso di controllo”. Gli altri pazienti sarebbero invece “guariti” in quanto si astengono dal sesso e la frequenza dei desideri omosessuali è diminuita anche se non necessariamente annullata.
IL NO DELLA SCIENZA ALLE TERAPIE RIPARATIVE
1991 – Gerald Davison, ex presidente dell’Association for the Advancement of Behavior Therapy, dichiara che la terapia di conversione è eticamente impropria e la sua esistenza conferma solo i pregiudizi sociali e professionali contro l’omosessualità.
1993 – L’American Academy of Pediatrics pubblica un documento relativo alle linee di condotta dei pediatri intitolato “Omosessualità ed adolescenza” critico ad ogni forma di terapia ripartiva che sarebbero “controindicate, perché possono provocare senso di colpa e ansietà avendo poco o nessun potenziale per realizzare cambiamenti di orientamento”.
1994 – L’APA, American Psychiatric Association rilascia una scheda informativa sulle terapie riparative che dice che “non ci sono pubblicazioni scientifiche a sostegno dell’efficacia di ‘terapia riparativa’ come un trattamento per cambiare l’orientamento sessuale”. L’APA pubblica anche un opuscolo intitolato “Risposte alle vostre domande su orientamento sessuale e omosessualità”. Nell’opuscolo è ribadita la condanna alle terapie riparative: “l’omosessualità non è una malattia mentale e non vi è alcuna ragione scientifica per tentare la conversione di lesbiche o omosessuali […] molte delle affermazioni [sulle terapie riparative, ndr.] provengono da organizzazioni con un punto di vista ideologico sull’omosessualità, piuttosto che da ricercatori di salute mentale, i trattamenti ed i loro risultati non sono ben documentati, e il periodo di tempo che i clienti sono seguiti dopo il trattamento è troppo breve”.
1996 – La National Association of Social Workers (NASW) adotta la seguente linee guida: “Le terapie di conversione dell’orientamento sessuale presuppongono che l’orientamento omosessuale sia patologico e liberamente scelto. Non sono disponibili dati che dimostrano che le terapie riparative o di conversione siano efficaci, ed in effetti possono essere dannose. […] NASW scoraggia gli assistenti sociali a fornire trattamenti destinati a modificare l’orientamento sessuale o a fare riferimento a programmi o pratiche che pretendono di farlo”.
1997 – L’APA condanna esplicitamente le terapie riparative di Joseph Nicolosi e del Narth con una risoluzione approvata a larga maggioranza: “Considerando che alcuni professionisti della salute mentale sostengono trattamenti di lesbiche, gay, bisessuali basati sulla premessa che l’omosessualità è un disturbo mentale (es., Socarides, Nicolosi, et al, 1997); […] l’American Psychological Association si oppone a rappresentazioni di gay, lesbiche, bisessuali, giovani e adulti, a malati di mente a causa del loro orientamento sessuale e sostiene la diffusione di informazioni precise circa l’orientamento sessuale, e la salute mentale, ed opportuni interventi al fine di contrastare pregiudizi che hanno sede nell’ignoranza o in credenze infondate sull’orientamento sessuale”.
1999 – L’APA, American Psychiatric Association dichiara che “non esiste alcuna evidenza che le cosiddette terapie riparative abbiano efficacia nel convertire un orientamento sessuale in un altro”. La dichiarazione sottolinea anche i “grandi” rischi potenziali: “depressione, ansia, e comportamento autodistruttivo”.
L’American Counseling Association adotta una posizione contraria alla promozione della “terapia riparativa” come “cura” delle persone omosessuali.
2000 – NASW: “L’aumento delle campagne mediatiche, spesso accoppiato con messaggi coercitivi da familiari e membri della comunità, ha creato un ambiente in cui lesbiche e gay sono spesso spinti a cercare terapie riparative o di conversione, che non possono e non cambieranno il loro orientamento sessuale”.
2009 – Il Royal College of Psychiatrists inglese dichiara di condividere le preoccupazioni dell’American Psychiatric Association e dell’American Psychological Association sulla non scientificità e sui pericoli delle terapie riparative. L’Australian Psychological Society afferma: “L’orientamento omosessuale non è una malattia e non vi è alcuna ragione scientifica per tentare la conversione”.
IL NO ITALIANO ALLE TERAPIE RIPARATIVE
- “Lo psicologo non può prestarsi ad alcuna ‘terapia riparativa’ dell’orientamento sessuale di una persona”. Giuseppe Luigi Palma, Presidente dell’Ordine Nazionale Psicologi.
- “Gli psichiatri non possono curare qualcosa che non ritengono una malattia. Il DSM non contiene l’omosessualità tra le malattie”. Elvezio Pirfo.
- “Qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l’eterosessualità o verso l’omosessualità è contraria alla deontologia professionale”. Ordine degli psicologi della Lombardia.
IL SOSTEGNO ALLE TERAPIE RIPARATIVE
L’unico sostegno agli approcci terapeutici viene da gruppi religiosi che esprimono forti pregiudizi di ordine morale verso l’omosessualità.
ALTRI APPROCCI TERAPEUTICI – BREVE STORIA
Già nel 1878 Paolo Mantegazza in Igiene dell’Amore proponeva un approccio al sesso con “donne esperte” quale terapia per risolvere il “problema” dell’omosessualità.
Tra gli anni Venti e Sessanta del Novecento ebbero seguito le terapie ormonali. Karl Peter Vaernet sosteneva che fosse un deficit di testosterone alla base dell’orientamento omosessuale. Nicola Pende impiantò pastiglie di ormoni maschili di scimmia, senza risultati.
La terapia chirurgica fu tentata anche in pieno nazismo da Knud Sand con trapianti testicolari. Alfred Adler nel 1945 proponeva innesti di estratti d’organi.
Negli anni Settanta si giunse anche a proposte di lobotomia e alla terapia d’avversione con elettroshock.
Oggi, nonostante la presa d’atto (1973) dell’American Psychiatric Association, sopravvivono gruppi che propongono la conversione.
