Reverendo, giù le mani dai bambini!

Pulpito

“Giù le mani dai bambini!” ha sbottato l’arcivescovo di Como, monsignor Maggiolini, durante la trasmissione Porta a Porta del 24 ottobre scorso, mentre si parlava del primo PACS contratto in Italia e della possibilità per le coppie gay di adottare bambini. Il prelato di provincia ha poi riaffermato l’importanza delle figure genitoriali “naturali” di sesso diverso e ha affermato altre banalità cariche di pregiudizi sui problemi che potrebbe avere un bambino cresciuto da genitori omosessuali.

Senza entrare nel merito dell’adozione di bambini da parte di omosessuali — lui si è limitato a critiche già sentite (noi le abbiamo fatte altre volte) — ci pare decisamente curioso che lo slogan di Maggiolini richiami sinistramente tutta una serie di volantini e cartelloni di Forza Nuova, Lega e ambienti cattolici che sovente legano omosessualità e pedofilia. Quello slogan però richiama anche il titolo di un libretto che nessuno, pare, si sia ancora sognato di recensire in Italia e che indica più propriamente chi dovrebbe tenere le mani a posto, e cioè numerosi colleghi dell’arcivescovo.

Il testo coraggioso è Reverendo, giù le mani. Clero e reati sessuali negli anni trenta e negli anni novanta, edito dalla piccola casa editrice di Ragusa, La Fiaccola, e raccoglie, nella prima parte, una lunga serie di denunce degli anni Trenta recuperate nell’Archivio di Stato di Roma nel fondo “Preti immorali”. Eccovi un triste campionario di testimonianze estrapolate dal libro.

Incominciamo con la denuncia del 1932 contro il parroco di Buttigliera Alta, Garrone Natale, per “abuso di mezzi di correzione, atti osceni e corruzione di minorenni appartenenti all’Associazione Aspiranti Cattolici, ai quali era incaricato di impartire settimanalmente le istruzioni religiose”.

Passiamo a don Fabio Barbieri, denunciato nel giugno 1933 a Venezia per “atti di libidine violenta” su sette minorenni dagli 8 ai 17 anni, con il risultato di un “temporaneo allontanamento del don Fabio dalla frazione”.

Ancora a Gorizia, negli anni Trenta, agiva un sacerdote, tale don Luca, insegnante di religione all’istituto tecnico, imputato per aver commesso “nelle aule del suddetto istituto e durante le lezioni, atti di libidine su diversi alunni minori di sedici anni”. L’insegnante sfuggì alle maglie della giustizia rifugiandosi in Austria.

Curiosa anche la vicenda del cappellano dell’Istituto Figlie di Gesù, don Emilio Colò, che tiranneggiava le “bambine ricoverate”. In particolare, al collegio di Albereto, a Modena, “nelle ore di ricreazione e quando le suore erano a pranzo o altrimenti occupate, il padre aveva l’abitudine di mettersi le bambine sulle ginocchia e introdurre la mano sotto le loro mutandine”. Le bambine avevano dai 5 ai 7 anni, mentre con le più grandicelle usava una tecnica lievemente diversa. La mancanza di querela, in questo caso come in molti altri presentati dal libro, ha impedito che don Colò fosse condannato.

Sempre con bambine, di dodici e tredici anni, si intratteneva don Anselmo Volpato nella canonica di Lastebasse, a Vicenza, dopo la “riunione delle aspiranti”.

Una tredicenne ricorda: “Mi introdusse quindi un dito della mano nella natura senza però farmi alcun male. Mi tormentò in tal modo per circa dieci minuti. Io nel frattempo gli dicevo sempre che dovevo andare a casa, ma egli non mi lasciava”.

Interrompiamo questo triste elenco — nel testo le testimonianze sono molte — per passare alla seconda parte di Reverendo, giù le mani, che ripubblica una serie di articoli degli anni Novanta che ampliano la prospettiva sull’uso che fanno delle mani alcuni sacerdoti.

Vi bastino i titoli per capire il tenore del materiale ivi raccolto: Exprete molestava bambini, Le molestie sessuali dei preti costano care alle diocesi, Molestie ai bambini: i fulmini del Papa sui preti americani (giugno 1993), Le carezze del prete pesano ancora, Preti pedofili sbancano una diocesi, Stuprò un chierichetto: ergastolo a padre John, e così via per pagine e pagine.

Queste testimonianze senza commento andrebbero approfondite, ma per la loro mole — e considerando che riguardano solo gli anni Trenta e Novanta — ci bastano per rispedire al mittente lo slogan antipedofilo usato contro gli omosessuali da Maggiolini.

Se questo non gli bastasse, anche alcuni testi americani di difficile reperibilità e che non vedremo mai tradotti in italiano, come Pedophiles and Priests di Philip Jenkins (Oxford University Press) o Lead Us Not into Temptation: Catholic Priests and the Sexual Abuse of Children di Jason Berry, offrono numerose testimonianze inattaccabili.

Se Maggiolini si fosse informato, avrebbe ora le idee più chiare. Al contrario continua a peccare di ignoranza e sul settimanale Sette, del 31 ottobre scorso, parlando di omosessuali ha affermato: “La Chiesa vuole bene alle persone che scoprono di avere una tendenza omosessuale. Vuole loro così bene che li invita a sottoporsi a terapie che possano aiutarli a tornare alla normalità. La tendenza non è cattiva, lo sono gli atti, l’esercizio dell’omosessualità. È questo che non è giustificabile moralmente”.


Reverendo giù le mani
Clero e reati sessuali negli anni trenta e negli anni 90

Autore: Anonimo
Edizione: La Fiaccola, 2000

Pubblicato originariamente in “Babilonia”.