Il diario di un omosessuale diciottenne nei primi anni Sessanta

Cerco diari, lettere, testimonianze anteriori al 1965 di omosessuali. Le memorie così raccolte potrebbero avere spazio in una pubblicazione futura. Garantisco, se richiesto, l’anonimato dell’autore e delle persone eventualmente citate. Vi prego di contattarmi.

«Tienilo tu, potrebbe servirti per alcune ricerche sulla storia dell’omosessualità, altrimenti io lo brucerò». Incuriosito, mi ritrovo tra le mani un vecchio quaderno scolastico di marca Splendor con una copertina rossa scolorita. Lo apro e sfoglio le pagine ingiallite dal tempo: il diario di Lucio Perugini, un omosessuale che, diciottenne nel 1960, raccontava le sue esperienze. Quanti giovani omosessuali hanno avuto come compagno un diario segreto? Quanti hanno affidato alla carta i propri ricordi, per poi distruggerli dopo averli riletti ad anni di distanza?

Una grafia lieve, fitta e tondeggiante mi racconta sofferenze e gioie passate ma di attualità impressionante, mescolate a fatti quotidiani raccontati con gusto e qualche ambizione letteraria. L’autore, vorace lettore, dice di essersi ispirato a Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall. Indipendentemente da questo, le memorie appaiono genuine e cariche di paure e sofferenze, sentimenti comuni ai gay di allora e vicini a quelli di oggi.

Non esistono, che io sappia, testimonianze simili a questa perché diari e lettere di omosessuali venivano spesso distrutti dai parenti alla morte dell’autore: «il terribile segreto non deve venire alla luce». Lucio P. mi ha permesso di pubblicare una giornata del suo diario, con diffidenza ma convinto che la memoria costruisca identità e che le sofferenze comuni siano motivo di crescita.

«9 novembre 1960 – Oggi abbiamo ripreso le scuole, interrotte per le vacanze dei Morti. A pranzo siamo passati inavvertitamente a parlare dei “balletti verdi” ed ho saputo che su un settimanale, “Le Ore” credo, sono stati pubblicati i nomi di coloro che sono implicati nello scandalo.

Il mio compagno, che ha una grossa verruca accanto al naso, sorrideva nel raccontarlo ed ha aggiunto, con un briciolo di piacere sadico, che uno di essi si è suicidato. Ho sentito un tuffo al cuore ed ho subito pensato a Gianni, che esprimeva spesso simpatia per il suicidio.

Mi sono rammentato della sera in cui eravamo andati nei campi e ci eravamo sdraiati nell’erba alta, lungo il fossato. Non ci eravamo fermati a lungo perché le zanzare salivano dall’acqua sottostante e ci pungevano continuamente e, a un certo momento, ci eravamo trovati su un nido di formiche inferocite che avevano cominciato a menare furiosi colpi di chele contro la schiena scoperta di Gianni.

Ci eravamo rivestiti in fretta ed eravamo tornati a casa. Mia madre e mio fratello erano già a letto. Con una bottiglia di latte eravamo andati sotto i pini; io mi ero seduto e Gianni aveva appoggiato la testa sulle mie cosce. Nel silenzio lo udii bere il latte a garganella dalla bottiglia. Si interruppe per chiedermi se ne volessi, poi ne bevve un’altra sorsata.

Dissi che non mi piaceva il latte, ma mentivo. Inspiegabilmente, ci eravamo baciati a lungo prima: provavo un senso di disgusto al pensiero di bere il latte dalla bottiglia dove aveva appena bevuto lui. Quasi per farmi perdonare, allungai la mano ad accarezzargli il viso. La sua voce mi colpì nel silenzio. «Non mi sono rasato. Ho la barba lunga». Ritrassi la mano e, benché egli aggiungesse subito: «Se vuoi, accarezzami pure», non ne ebbi il coraggio. E non perché avesse la barba lunga. Bevve ancora del latte.

Le lucciole vagavano basse, in lente evoluzioni, accendendo ritmicamente la loro luce gialla. Alcune erano per terra, seminascoste fra i fili dell’erba, non so se per riposare o per qualche altra ragione. «Guarda quante lucciole», dissi sottovoce. Doveva aver voltato il capo verso di me perché intesi più chiaro il suono della sua voce: «Sei felice?». Non attese risposta. «Non dirmi che lo sei. Non è vero… Nessuno è felice. Non in modo particolare…».

Fui tentato di chinarmi e baciarlo. Nell’oscurità distinguevo appena i suoi occhi. «Sempre obbligati a vederci di nascosto… E bisogna stare attenti a non tradirsi, che la gente non si accorga che siamo degli anormali. Dammi la mano». Gliela porsi ed egli la strinse nella sua.

Sentivo un senso di inquietudine e il pulsare della sua carne contro la mia lo aumentava. «Ti voglio bene», sussurrò, «stringimi più forte la mano». Era la prima volta che lo diceva, dopo cinque mesi che ci incontravamo. Non seppi rispondergli. Poi la sua voce riprese, più sommessa. «Credo che fra qualche anno mi ucciderò». Il sangue mi si fermò nelle vene e dovetti muovermi perché egli rise piano. «Che? Ti sei spaventato? Non ho forse mille ragioni per uccidermi? Qualche volta, quando ritorno a casa la sera in Lambretta dopo essere stato con te, mi sento tentato di gettarmi contro le macchine che vengono in senso contrario…».

[…] «Non ho mai detto a nessuno che ho giurato di uccidermi il giorno che compirò trent’anni».

Le lucciole sembravano aumentate; nel buio della notte brulicavano le loro luci gialle. Una passò su di noi e Gianni allungò la mano. «Guarda che colore strano». Me la mostrò nel palmo della mano a pancia all’aria. Il piccolo ventre gettava sprazzi di luce verdastra. «Noi siamo come le lucciole che mandano luce verde invece che gialla come tutte le altre…».

[…] «Dicono che Dio perdona a tutti. In questo caso mi pare proprio di no, anzi punisce chi di colpa non ne ha alcuna. Per questo non credo in Dio. Perché se esistesse e permettesse che alcuni uomini nascano invertiti, sarebbe ingiusto e cattivo».

Provavo una pena immensa per lui e avrei voluto consolarlo, cancellare con un colpo di spugna tutte le sue considerazioni così amare e vere e renderlo felice. Mi chinai sul suo viso, gli presi il capo fra le mani. «Ti amo, Gianni», sussurrai, e baciandolo avrei voluto estrargli dall’anima ogni dolore e farlo mio.

[…] «Gli occhi di Gianni erano nel buio, immersi nelle occhiaie. Era molto bello e lo amavo tanto…».

Poi si alzò di scatto, mi salutò frettolosamente e partì. Sapevo che si sarebbe fermato alla periferia della città, vicino alle prigioni, alla ricerca di qualche occasionale compagno. Ma non ne soffrivo. Rimasi seduto a guardare il cielo con poche stelle, limpido e immenso. Mi sentivo piccino, inerme, solo. Un terrore arcano, inspiegabile, mi fece fuggire in camera mia, dove piansi silenziosamente, sdraiato bocconi sul letto».

Qui termina la giornata di Lucio P. e, purtroppo, nulla ci è dato di sapere della sorte di Gianni.

Non stupisca il clima a tratti cupo: non era facile vivere la propria omosessualità negli anni Sessanta. Nel diario trova spazio anche la gioia e la malizia, come nel racconto della vita in collegio, con censori ligi al dovere e compagni che maliziosamente giravano nudi nelle camerate e nascondevano sotto il materasso riviste scandalistiche come «Le Ore» o «Grand Hotel».

Lucio Perugini ha deciso di non bruciare il diario nella speranza che il suo gesto inviti altri a conservare lontani ricordi: “una vita senza memoria è nulla”.

Pubblicato originariamente in “Babilonia”, ottobre 2000 con il titolo “Caro diario”.