
De Santis (che il pubblico italiano conosce per la riuscita graphic novel In Italia sono tutti maschi, un fumetto su fascismo e omosessualità), non solo racconta i personaggi gay che hanno conquistato i videogames e sono ormai a pieno titolo eroi ed eroine contemporanei, ma, all’inseguimento dei pixel arcobaleno, percorre autostrade virtuali inesplorate inseguendo l’omoerotismo che pervade “bistecconi e culturisti” o il pregiudizio e l’omofobia nei videogiochi. Quella dei videogiochi gay è una storia ricca di fascino non solo per adolescenti e adulti smanettoni. Ne parliamo con l’autore.
I videogame hanno ampiamente sdoganato l’omosessualità. Ci spieghi brevemente come e quando è successo?
Il processo è stato lungo e ha rispecchiato la tempistica dei movimenti politici e sociali. Il videogioco, come ogni altra forma di intrattenimento o creazione visiva, ha raccontato i pregiudizi e gli stereotipi della comunità LGBT negli anni, la sua evoluzione, il suo affrancarsi dal sottobosco culturale alternativo per diventare riconoscibile, comune e mainstream. Nel mio saggio ho cercato di interpretare proprio questo: dare al videogioco la sua dignità e identità di prodotto culturale al pari del cinema, della narrativa, della TV e del teatro. Si va dalla rappresentazione negativa dei gay come perversi e sessualmente deviati, al legame con l’AIDS negli anni ’80, proseguendo con il vittimismo degli anni ’90 e infine la conferma sociale dell’ultimo decennio.
Ben prima del coming out dei videogiochi, generazioni di gay hanno desiderato un idraulico come Mario Bros. Che dire poi dell’apprezzamento per le curve e l’indole battagliera di Lara Croft per i collettivi lesbici?
Come per il cinema hollywoodiano degli anni Quaranta e Cinquanta, anche nei videogiochi c’è stata una sorta di codice Hays che proibiva i riferimenti sessuali oltre che religiosi, ma i game designers sono riusciti comunque a far passare un’iconografia ben riconoscibile e a volte interi contenuti. Per esempio penso ai picchiaduro a scorrimento, come Final Fight (Capcom, 1989), in cui l’estetica era presa direttamente da quella omosessuale dell’epoca o dai disegni di Tom of Finland. Personaggi gay e lesbici ci sono sempre stati, e i giocatori più attenti non se li sono mai fatti sfuggire.
La ricostruzione storica che ne fai nel tuo libro è minuziosa e ricca di sorprese. Che cosa hai scoperto che ha sorpreso anche te?
Negli anni Ottanta le buie sale giochi erano dominio prettamente maschile. Erano luoghi in cui i ragazzi si radunavano per giocare con personaggi ipermuscolosi che combattevano contro altri uomini mezzi nudi e dai muscoli guizzanti, per una rivendicazione di virilità nell’assoluta mancanza della parte femminile. Questo racconta un’omosocialità che ha un omoerotismo palese. Penso ad esempio ai tantissimi personaggi transessuali che ho sempre giocato e fruito credendo fossero donne biologiche, come Poison in Final Fight, Bridget in Guilty Gear XX, Shion in King of Fighters XI, King in Art of Fighting, fino al dinosauro rosa Birdo in Super Mario Bros 2 e tantissimi altri.
Scioglimi un dubbio atroce: gli etero giocano gay e cioè, almeno nell’ambito dei giochi di ruolo, interpretano personaggi gay?
Negli ultimi titoli AAA (blockbuster) i giocatori sperimentano tutte le possibilità fornite dai giochi. Che il comandante Shepard di Mass Effect 3 possa avere una storia con il meccanico Cortez non è soltanto la prova che i videogiochi possano aprirsi a un target LGBT, ma soprattutto di quanto un videogioco possa essere ben programmato.
Che gioco suggeriresti al giocatore gay e perché?
Direi sicuramente la trilogia di Mass Effect, quella di Fable, i due di Dragon Age e The Elder Scrolls V: Skyrim, in cui l’opzione di orientamento sessuale e di identità di genere permette sub-plot romantici che favoriscono l’immedesimazione totale con il protagonista. Il videogioco, rispetto agli altri media, ha il potere di una mimesi totale con il protagonista: più il simulacro è vicino al giocatore, più l’esperienza è immersiva.
Salvare un’intera galassia o un regno incantato, essere l’eroe su cui tutti fanno affidamento e avere anche una storia sentimentale gay è un’esperienza che neppure il cinema ha ancora avuto il coraggio di offrire. Non mi pare che Bruce Willis in Armageddon fosse gay.
Esiste l’omofobia nei videogiochi?
È esistita, come testimoniano i primi giochi degli anni Ottanta in cui i gay erano tutti malati di AIDS, le lesbiche maniache assassine e le trans sordide killer seriali. Ma rappresentazioni del genere le troviamo anche nei film di quegli anni. Pian piano l’omofobia e la transfobia sono andate attenuandosi con l’affrancamento sociale e le conquiste politiche. Oggi si parla ancora poco del cyberbullismo negli MMORPG o nei multiplayer, dove non è raro che il machismo di un target giovane spinga agli insulti a sfondo sessuale. Finché si darà per scontato che l’eterosessualità nei videogiochi sia la norma, si continuerà a sentirsi additare come “brutto frocio”.
In The Sims le coppie gay possono sposarsi. Possiamo sostenere che alcuni videogiochi siano ben più avanti della classe politica italiana?
The Sims è stato ben più avanti di molti paesi europei, non solo dell’Italia. Non dimentichiamoci che i videogiochi sono prodotti da artisti: sceneggiatori, disegnatori, game designers e tante altre persone con un’idea positiva e progressista della società. Ormai nessuna software house rinuncia all’opzione di orientamento sessuale nei propri giochi.
Mio nipote di sedici anni si confronta quotidianamente con matrimoni o storie d’amore gay nei videogiochi, per poi vivere una situazione politica reale schizofrenica.
Giocheremo gay anche sui telefonini o per ora ci accontentiamo di Grindr e Me2?
Ogni possessore di iPhone o Android ha almeno un paio di arcade installati sul proprio telefonino. Il target è ormai ampissimo ed è ovvio che ci saranno giochi dedicati al pubblico LGBT. Già ora qualche applicazione esiste, come Supergay (Klicrainbow), Mini Gay Boyfriend/Girlfriend (Digicub), MTV Dragulator (MTV Networks), Elephant Gay League (Kai Niklas), A Gay Dragon (Redikod), Velvet Hustle (Factory Games) e molte altre.