La normale famiglia di un omosex

Recensione di “Una famiglia normale. Come abbiamo disinnescato la bomba gay” di Delia Vaccarello – L’Unità – 27 ottobre 2008

Un giovane si innamora di un ragazzo, lo dice ai parenti, li intervista, traccia un albero genealogico «arcobaleno» Narra rifiuti, accoglienze, aneddoti in un libro inchiesta

Per tanto tempo una madre ha saputo del figlio gay, non potendo dire nulla al marito e neanche all’altro figlio. Per tanto tempo un’altra madre aveva intuito che il primogenito era fidanzato con un ragazzo, e si crucciava in un semi-silenzio. Poi la scintilla. «Ci siamo incontrate al castello e abbiamo parlato per ore». Le due madri vanno nei locali gay bresciani, città dove è nato l’amore di cui parliamo. Sentono l’aria che tira. Un’aria normale? Sì. «Ridevamo pensando che qualcuno potesse prenderci per lesbiche, l’atmosfera era serena e le persone mi sembravano affiatate e divertite».
Istantanee di un interno familiare scosso da un evento imprevisto: due ragazzi si amano. Uno dei due è Stefano Bolognini, giornalista, che ci regala un libro inchiesta dal taglio divertito, ironico, drammatico ma solo tra le righe. Il titolo è: «Una famiglia normale» (ed. Sonda).
Bolognini è il più grande nella coppia d’amore, ed è uno che non ti lascia in pace. Dice da ragazzino ai suoi della propria omosessualità e partorisce da grande l’idea di intervistarli con tutti i crismi, come fa un giornalista, tracciando anche di ognuno una scheda informativa che non tralascia nulla: età, professione, persino la pietanza preferita. Ma siccome sono parenti, le interviste professionali vengono fatte mentre la mamma stira, la zia ha preparato un pranzo sopraffino per riuscire a stoppare la vita frenetica del figlio anguilla, il padre si nasconde dietro una tazzina di caffè. Solo la nonna si prepara all’evento: ottant’anni, un filo di rossetto sulle labbra, il quotidiano preferito – Libero – aperto sul tavolo.

Il Bolognini inquieto chiede ai suoi di sangue e agli acquisiti (intervista anche la mamma del compagno) cosa hanno sentito venendo a sapere della omosessualità del familiare, mettendo in luce un doppio tormento: quello provato alla notizia del parente gay, e l’altro alla notizia che il parente viene a casa per intervistarti e chiederti appunto cosa hai provato, nonché rivolgerti tante domande sulle coppie di fatto, le famiglie gay, i pargoli eventuali, la luna, il tramonto, i pantaloni a cui fare l’orlo.

Incalzando e indagando, l’inquieto riesce nel suo intento. Ferma interessanti movenze interiori: in ciascuno si apre un silenzioso a tu per tu con questa «cosa» che non ha nome pubblico definito, ma che è presente, vitale, irriducibile; che non è l’avventura o il vizio, ma è l’amore stabile tra due giovani. E poi i primi a saperlo si arrovellano: occorre parlarne al padre, alla zia, alla nonna, agli amici? Molti già lo sanno, la città è piccola, ci sono gli «aperti». Comunque a loro non è capitato. C’è chi dice: i gay sono anormali, deviati. La pensano così, occorre accettare. Ma senza neanche deciderlo, gli incontri si diradano.

Quanta serenità, al contrario, nelle due mamme in visita al locale gay: «A parte lo specchio in bagno, che è a livello della cintura e se un uomo fa pipì si specchia il pisello, mi sono resa conto che era un ambiente molto normale. Intendiamoci lo specchio mi ha divertito e non scandalizzato. Ne esiste una versione femminile?».

unita? 27 ottobre 2008