
Le danze ecologiste non c’entrano. I “Balletti verdi” furono il primo scandalo massmediologico omosessuale italiano. Alla fine del 1960 Brescia, lavoratrice, bigotta e “Leonessa d’Italia”, è scossa da una notizia che oggi apparirebbe insignificante, ma che allora spaventò l’opinione pubblica e, per la prima volta, mostrò che anche in Italia esisteva un mondo sommerso, ma vivo: quello degli omosessuali.
Così un trafiletto insignificante del Giornale di Brescia del 5 ottobre informava l’opinione pubblica dell’apertura di una vasta inchiesta: “Da parecchio tempo si parlava in città di una vasta operazione intrapresa dagli organi investigativi per bloccare un dilagante circuito del vizio, in cui si trovavano coinvolti uomini di giovane e meno giovane età. Le notizie relative a convegni immorali, a trattenimenti di genere irriferibile, ad adescamenti ed a corruzioni e ricatti sono ripetutamente giunte fino a noi”.
La scoperta, avvenuta nell’agosto dello stesso anno, di “Villa Eden”, una sorta di casa chiusa per omosessuali nei pressi del lago di Garda, aveva aperto la strada agli inquirenti per una vasta indagine nel cosiddetto “ambiente del vizio”.
Brescia si risvegliò costernata e dubbiosa. Lo zelo del Pubblico Ministero Giovanni Arcai, la sua intransigenza e la sua intenzione di estirpare l’innominabile vizio fecero il resto. I cinquantaquattro inquisiti dell’inizio diventarono circa duecento in pochi giorni, e la varietà delle classi sociali colpite, i nomi noti e la curiosità morbosa fecero dello scandalo un evento nazionale.
Il Giornale di Brescia, innescata la bomba, tergiversò senza raccontare i fatti per evitare “descrizioni ignobili”. In articoli successivi si limitò a chiedere alla cittadinanza fiducia nei magistrati, a paventare possibili scandali simili in altre città italiane e a riportare le pendenze degli imputati: “violenza carnale, corruzione di minori, estorsione, favoreggiamento alla prostituzione e sfruttamento”.
La reazione dei bresciani “bene” non si fece attendere. Nella rubrica “lettere al direttore”, vennero chiesti ripetutamente i nomi degli inquisiti. Due esempi a caso: il signor Tedoldi, coloritamente: “Il pubblico è interessato a conoscere chi si aggira in certi luoghi… perché certi nomi non saranno nuovi del tutto. Ed è appunto sulla certezza di quelli e di questi che si potrebbe intraprendere una campagna di isolamento ed eliminazione da parte di tutti”. Ed il signor Bignami, con inflessioni politicamente a sinistra: “Il vostro silenzio pare servile perché è gente ricca in maggioranza… si lasciano gestire fior fiore di aziende a gente che da anni ed anni è nota come anormale ed il cui nome in città è motivo di barzellette, ma costoro sono ricchi”.
La linea editoriale sceglie il silenzio: primo esempio nella storia italiana di tutela della privacy. Se da una parte la scelta di tale quotidiano può apparire giusta garanzia nei confronti degli interrogati, dall’altra appare come ferma volontà di celare nomi noti.
Il 20 ottobre ebbero inizio gli interrogatori (“sulle scale della Procura si sono avvicendati squallidi individui… qualche genitore non nascondeva la propria intima sofferenza… in mattinata sono comparsi due giovani biondi ossigenati, con vistosi maglioni verde-azzurro e calzoni attillati”), che il 23 ottobre si interruppero con un aggiornamento ai primi di novembre.
Infine un articolo del 5 ottobre 1960 sul giornale scandalistico Le Ore pubblica i nomi degli imputati e lo scandalo acquisisce il nome di “Balletti verdi”. Il verde era considerato il colore degli omosessuali; verde era infatti il garofano che portava all’occhiello Oscar Wilde. Tra i nomi appaiono quello di Mike Bongiorno, Dario Fo, Franca Rame, Gino Bramieri, Paul Steffen e Bud Thompson, provocando un terremoto e le relative querele dei personaggi pubblici.
Intanto il Giornale di Brescia pubblica l’intervento del vescovo di Brescia, monsignor Giacinto Tredici, che chiede una repressione forte di tali fenomeni e assicura che le voci “tendenziose” di giornali di sinistra sulla partecipazione di uomini di Chiesa ai “balletti” sono false, anche se non nega che in passato uomini di Chiesa possano aver mancato: “E se qualche volta, assai rara, qualche sacerdote abbia potuto in qualche modo venir meno al suo dovere, pensiamo che anche essi sono uomini e possono mancare, e che questi fatti hanno avuto le loro sanzioni”. Per l’epoca è inaudito che un vescovo scriva sulle colonne di un giornale cittadino.
Questo scritto dà adito ad alcune considerazioni. Generalmente quando scoppia uno scandalo o esistono motivazioni politiche o c’è la necessità di coprire qualcosa di più grosso. Nei balletti verdi esistono entrambe le connotazioni. A Brescia poco dopo lo scoppio dello scandalo si tennero le elezioni comunali, e non fu certo per un caso che gli interrogatori furono sospesi fino allo svolgimento delle votazioni. Inoltre circolava voce che un sacerdote della diocesi, molto vicino al vescovo, sarebbe stato incriminato per pedofilia. Don Bondioli verrà processato nel 1968, ma la Curia cercò di sollevare un polverone per nascondere il proprio scandalo coinvolgendo gli omosessuali in genere.
Tuttavia qualcosa dovette sfuggire dalle mani degli ideatori dello scandalo: se don Bondioli rimase estraneo allo scandalo, al contrario don Martino, censore (colui che stabilisce eventuali punizioni) dell’istituto Orfani, ne fu coinvolto e processato.
Tra arresti, rinvii e nomi noti le indagini proseguono su vasta scala. I magistrati Arcai e Giannini appaiono a Lecco, paventano la possibilità di scambio alla pari di ragazzini Italia-Svizzera e approdano a Roma.
Le personalità vengono in breve scagionate. Le Ore infatti aveva avuto i nomi da Valentini, un ragazzo inquisito, cameriere presso il principe di Torlonia. Non è chiaro perché avesse fatto quei nomi: forse solo per volontà di stupire o per ottenere un buon compenso in sede di intervista. È però accertato che tali personaggi non parteciparono mai ai festini, come affermò uno degli inquisiti da me rintracciato e intervistato: “Mike Bongiorno, a Brescia, non è mai venuto”.
Il 10 gennaio 1961 l’ennesimo colpo di scena: tutti gli imputati nella vicenda dei balletti verdi vengono scarcerati.
Ciononostante una seconda inchiesta incomincia, con sedici arresti il 25 novembre 1961. Gli articoli sul Giornale di Brescia si fanno sempre più rarefatti e brevi, e nulla ci è più dato sapere fino al 29 gennaio 1964, giorno della sentenza: “Impossibile sarebbe riferire della sentenza davvero chilometrica… il tribunale di Brescia è stato assai clemente”.
Dei sedici imputati, quindici furono assolti oppure chiamati a fruire dell’amnistia; un solo colpevole dovette scontare la pena: quattro anni per favoreggiamento della prostituzione.
È evidente la volontà di insabbiare l’inchiesta. Dopo il gran botto iniziale, il nulla: evidenti gli errori del pubblico ministero, avviato a una carriera fiorente in seno alla magistratura.
Non sta a noi stabilire colpe o errori giudiziari che risultano palesi soltanto con il senno di poi; sta di fatto che la verità giace tra carte dimenticate in qualche tribunale o qualcuno l’ha portata con sé nella tomba. Da duecento inquisiti al nulla; il “pus da estirpare” dov’era finito?
La psicosi da balletto verde comunque era scattata, e gli echi di scandali di quel tipo arrivarono da Reggio Emilia, da Salerno e da molte altre cittadine italiane. Un esempio: due giovani vengono “pizzicati” da una vecchietta ad entrare nello stesso bagno in una stazione ferroviaria? Immediatamente denunciati: gli inquirenti procedono al sequestro dell’automobile di uno dei due. La domanda sorge spontanea: ma che c’entra l’auto?
Gli effetti e i danni che lo scandalo procurò furono vasti. Brescia acquisì nello spazio di un mese l’appellativo di “città dei froci”, le barzellette che immaginavano Mike Bongiorno con i tacchi a spillo si sprecarono, e un detto rimase agli annali: “O viandante che per Brescia passi / stringi il culo e allunga i passi”.
Se i goliardi spendono il tempo nello sbizzarrirsi, i genitori bresciani tutti vivono in preda alla sconfortante domanda: “E se anche mio figlio lo fosse?”.
Gianna Preda del settimanale di destra Il Borghese offre pronta risposta alla lettera di mamma Maria bresciana, invitando le madri a distribuire fotografie con “vere” donne per casa per portare sulla retta via l’attrazione dei propri figlioli. Aggiungendo che in una società che definisce “allo sbando” è consigliabile controllare le preferenze sessuali di tutti coloro che vengono a contatto con i propri figli, e di assoldare una “domestica, giovane, sana ed allegra” con compiti lontani dalle pulizie domestiche, nonché di controllare le letture dei propri figlioli senza esitare a “bruciare quelle che trattano del vizio”.
Il discorso della Preda si inserisce in un vasto discorso della politica di destra di quegli anni, che andava dall’eliminazione della censura alla riapertura delle case chiuse all’attacco subdolo, ma ricambiato, alla sinistra. Secondo Il Borghese, il turpe vizio era protetto dalla tessera marxista: un chiaro riferimento a Pasolini.
Naturalmente i consigli di Preda suscitarono un mare di polemiche tra i cattolici, che accusarono la giornalista di invitare alla prostituzione le domestiche e di caldeggiare la distribuzione per casa di pornografia, e sottolinearono quanto i cattolici con i loro oratori non avessero nulla a che vedere con “l’abominio sodomitico”. Un comunista le scrisse difendendo il proprio partito e affermando che la genialità di Visconti e Pasolini era una scusante al vizio.
Ma per L’Ordine di Como la stampa tutta peccava di “sdottoreggiamento” perché avallava la tesi secondo cui l’inibizione cattolica della sessualità portava a complessi e storture, invitando semmai a soddisfare le proprie tendenze etero-naturali; inoltre questa stampa invitava a non mandare i propri figli negli oratori. Chiaramente L’Ordine è un giornale cattolico.
Il danno subito dagli omosessuali sbattuti in prima pagina fu forte. Tutti persero il lavoro e, cosa ancora più grave, molti finirono in carcere senza colpa alcuna. Un materassaio di sessantasette anni morì in carcere dopo un mese dall’arresto, ma la notizia, a distanza di quarant’anni, è pubblica solo ora.
“Avevo diciannove anni e mi piacevano gli uomini. Fui arrestato alle cinque di mattina: i carabinieri dissero a mia madre che ero omosessuale. Lei, stordita, non capiva nemmeno bene cosa ciò potesse significare”: queste le parole di un inquisito da me intervistato. Un altro inquisito, “Il Valentini”, tentò il suicidio: essere omosessuale corrispondeva alla morte sociale.
Il Tempo intitolò un suo articolo: “Peccatori a Brescia”. In esso si legge: “C’è chi dice che lo scandalo sia stato fatto artatamente scoppiare per coprirne un altro” (avallando le tesi che ho esposto sopra). L’articolo prosegue chiedendosi, a ragione, che articoli del codice penale avrebbe potuto utilizzare la Corte: la legge Merlin, infatti, non prende in considerazione la prostituzione maschile: “I ballerini indossavano seni finti, come si dovrebbe comportare il giudice in questo caso?”. “Il botto forte c’è stato. Vista la posizione di difesa assunta, chissà perché, dalle destre, la sinistra ne ha approfittato denunciando una società borghese corrotta”.
Stajano si presentò in Tribunale vestito da donna a lutto e si mise a sferruzzare per mostrare tutto il suo sdegno nei confronti dei giudici che coinvolgevano nell’indagine qualsiasi omosessuale. Lui, per appunto, fu interrogato come “competente in materia”. Aveva pubblicato un romanzo omosessuale due anni prima e secondo i giudici conosceva come andavano le cose nello squallido mondo degli invertiti. Di fatto non sapeva nulla dei balletti verdi.
I bresciani tutti diventarono per l’Italia froci. “Froci” venivano appellati coloro che avevano la targa di Brescia, e froci erano tutti i militari di leva bresciani che dovevano sopportare sbeffeggiamenti continui.
Con campanilismo, colui che ho intervistato afferma che la relativa fama acquisita dell’outing portò ad alcune conseguenze. “Era apparsa la mia fotografia su Le Ore. A Milano firmavo autografi in Galleria Montenapoleone. Quando andavamo a Verona, le finocchie veronesi scappavano, avevano paura, noi eravamo conosciuti e facevamo le pazze”.
Lo scandalo dei balletti verdi, visto oggi, pare lontanissimo nel tempo: preistoria gay, ma che ha contribuito alla rapida evoluzione di oggi.
In soli quarant’anni da “invertiti” siamo diventati “diversi”… Nonostante le nostre speranze nel futuro, tuttavia, abbiamo l’obbligo, nel costruire un’identità comune, di non dimenticare casi come questi. Molti omosessuali di allora paiono omosessuali di oggi, impauriti e nascosti; le marchette di allora sono le marchette di oggi, spesso etero alla “vorrei ma non posso”. (Pubblicato in Babilonia, dicembre 1999, pp. 28–31 con il titolo “Uno scandalo tinto di verde”)
Ringrazio la Fondazione Micheletti per la disponibilità e il materiale offertomi in visione, e la mailing list di storia gay “history” che ha reso possibile questo lavoro.

Approfondisco nei dettagli lo scandalo dei balletti verdi nel libro Balletti verdi. Cronaca di uno scandalo omosessuale in vendita qui.